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    - a selection of letters, news, reactions, thoughts (both ours and those of others), experiences from Holstebro and travels abroad

    06.11.2017

    L'Odin Teatret nella provincia che diventa Villaggio del Teatro

    Teatro e Critica

    By Ilaria Rossini

     

    Il Villaggio del Teatro porta riflessioni e pratiche nel territorio umbro. Ospita in questa occasione l'Odin Teatret di Eugenio Barba e Julia Varley

    Foto di Davide Torre

     

    Marsciano è un paese umbro attraversato dai torrenti e incorniciato da una costellazione di piccoli laghi artificiali. Da alcuni anni è - insieme a Monte Castello di Vibio e San Venanzo - uno dei vertici, il principale, di un «piccolo triangolo d'oro del teatro», un territorio nascosto tra le colline umbre dove viene svolta un'azione formativa capillare e pervasiva, a volte guizzante, a volte sotterranea. Il nome sotto il quale questa gamma di attività si raccolgono è Il villaggio del teatro e la parola «villaggio» già suggerisce l'idea di una ritualità collettiva, di una tradizione implicata con l'identità stessa della comunità.
    Isola di confine è il laboratorio-teatro diretto da Valerio Apice e Giulia Castellani, attivo in Umbria dal 2007. Anche qui la scelta del nome sembra indicare qualcosa: la sensazione di un territorio liminare e galleggiante, una sorta di piccolo e tenace avamposto nel mezzo dei flussi.
    Il villaggio del teatro nasce invece nel 2014 - espandendo l'eredità del festival Finestre, organizzato, dal 2009, in collaborazione con l'Odin Teatret e la Regione Umbria - e si propone come «un percorso di attività continuativa, prima ancora che un progetto».

    Lo spazio d'elezione è quello scolastico: l'anno scorso Teatro Laboratorio Isola di Confine ha vinto il bando del MIUR "Promozione del Teatro in classe" e ha avviato un programma di attività laboratoriali che coinvolgono, al momento, più di mille allievi dei vari istituti del circolo didattico di Marsciano. Le modalità di investimento sul territorio non si limitano alla proposta di attività per l'infanzia ma si articolano in un calendario, distribuito nel corso dell'anno, di iniziative, lezioni e convegni, oltre che nella produzione di concerti spettacoli e performance itineranti. L'ultimo lavoro, per la regia di Apice e la drammaturgia di Castellani, è una riscrittura del Don Giovanni, ricollocato originalmente «in soffitta»: è in uno spazio intimo, simile ad un nascondiglio, che Pulcinella - la rilettura e il gioco sulla tradizione sono dichiarati, Apice lavora dal 1997 sulla maschera della Commedia dell'Arte - riflette sulla propria condizione servile e, più in generale, sul rapporto controverso tra originalità e autorità.
    Ora questa progettualità ha trovato "una casa": è stata ristrutturata e inaugurata da pochi giorni la Sala Eduardo De Filippo, a due passi dal Teatro Comunale di Marsciano, uno spazio rifunzionalizzato e aperto a tutti che promette di centralizzare le attività, creando finalmente la sede per una loro restituzione più ordinata.

     

    Foto di Angelo Savelli

     

    Siamo andati a osservare più da vicino, partecipando all'ultima giornata dell'edizione 2017 del Villaggio: domenica 22 ottobre - in chiusura di una quattro giorni fatta di incontri tra operatori provenienti da realtà diverse, piccole conferenze, spettacoli laboratoriali - la scena appartiene a Eugenio Barba e Julia Varley dell'Odin Teatret. È il nono anno che i due artisti raggiungono Marsciano e raccontano per frammenti, a un pubblico locale, la loro vasta esperienza internazionale.
    La formula scelta da Varley è quella della "conferenza-spettacolo": un lungo montaggio di video di repertorio - accompagnato da una narrazione ora aneddotica, ora effusiva - ripercorre i momenti iconici della parabola di Mr. Peanut, il personaggio dalla testa di teschio, archetipico dell'Odin. La riflessione di Varley attorno alla «zona d'ombra dell'attore» si compone con schiettezza intuitiva, aiutata dalle immagini che testimoniano l'operato forte della compagnia di ricerca, la loro idea di un teatro espressivo, rituale, intensamente agito nella sua dimensione festante e comunitaria. A volte è la semplice potenza dell'accaduto, appena ingentilita dalla selezione delle parole pronunciate da Julia con la sua voce dolce e raschiante, a creare una dimensione vibrante e quasi liturgica: «Nei giorni di fuoco del Cile, Mr. Peanut sbriciolava un pane a forma di cuore per nutrire gli uccelli davanti al Palacio de La Moneda». Lo statuto della storia, la forza mitica delle culture - perni dell'immaginario artistico dell'Odin - animano dall'interno il ricordo e il documento, rendendo davvero evanescente e equivoco il confine tra la dimensione della conferenza e quella dello spettacolo. Le luci si abbassano lentamente sul linoleum scuro della sala Eduardo De Filippo, Julia Varley sorride in un angolo nel suo vestito di pizzo bianco, il tempo silenzioso dell'ascolto, appena attraversato da qualche domanda - quanto la cerimonia è implicata con lo spazio nel quale viene svolta? e quanto lo spazio è implicato con la credibilità? - è denso di concentrazione e di gratitudine.

     

    Foto ufficio stampa

     

    Ed è di nuovo il linguaggio dell'immagine ad essere al centro del ragionamento condotto, poco più tardi, da Eugenio Barba in dialogo con Nicola Savarese, autore insieme a Barba de I cinque continenti del teatro. Fatti e leggende della cultura materiale dell'attore, pubblicato pochi mesi fa da Edizioni di Pagina. Nel presentare quest'opera a quattro mani - un manuale di storia delle tecniche attoriali di tutto il mondo, riccamente illustrato - Barba e Savarese denunciano, fin dalle intonazioni dei rispettivi discorsi, prospettive molto diverse: una nostalgia di discente il primo («è il libro sul quale avrei voluto studiare»), un rigore di docente il secondo. L'importanza della comunicazione iconologica nell'esplicazione di un'arte visiva è lo spunto per avventurarsi, ancora, sul terreno delle riflessioni complesse: quanto è alto il rischio di confondere stereotipo e archetipo? La disposizione in sequenza di scoperte "aneddotiche" sull'agire attoriale può aprire uno squarcio di rivelazione? Come misuriamo, con quanto moralismo, la distanza tra il livello della spettacolarità pura e il suo portato di significazione? E di nuovo, tra il pubblico, aleggia un'intensità rapita e un sentimento di confidenza, nello spazio intimo e insolito della piccola sala.

    Se, all'impatto, appare sorprendente che il gigantesco lavoro dell'Odin - ormai mezzo secolo di storia artistica intercontinentale - trovi, da anni, nel piccolo villaggio della Media Valle del Tevere una così viva risonanza e un uditorio tanto consapevole e devoto, è altrettanto chiaro che si tratta di un pubblico sollecitato e istruito attraverso le pratiche spettatoriali e laboratoriali. Le attività di Isola di confine hanno, di fatto, trasformato il territorio, segnando il piccolo e semi-sconosciuto quartier generale umbro di un'azione formativa che - dai suoi prestigiosi modelli - scende, rigenerata attraverso la pratica quotidiana, ad alimentare l'auto-riflessione di un nuovo pubblico e di nuove sensibilità. Si avverte, nel buio umido della sera in provincia, un'atmosfera leggera e ispirata e, allo stesso tempo, il fermento silenzioso che la ha generata, con cura operosa e serenità da veterani.

    Ilaria Rossini


    teatroecritica.net/2017/11/lodin-teatret-nella-provincia-che-diventa-villaggio-teatrale

     

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    11.10.2017 Holstebro, Denmark

    Asger Schnack fejrer sit 50 års jubilæum som forfatter

    af Ulrik Skeel

     

    Digteren, forfatteren og forlæggeren, m.m., Asger Schnack, der flere gange har læst op på Nordisk Teaterlaboratorium - Odin Teatrets aktivitet, Poesi på en torsdag, fejrede 30. september 2017 sit 50 års jubilæum som forfatter. I den anledning udgav han på Forlaget Fuglekøjen den 684 sider lange bog, graffiti - digte og skrift, der indeholder nyskrevne digte samt ikke i bogform tidligere udgivne tekster (i forfatterens egne bøger) af forskellig karakter som notater, refleksioner, tekst-snap chats, o.a., om oplevelser med kunst, læsning, musik, rejser og møder med mennesker. Et af opslagene former sig nærmest som en hyldest til Holstebro og lyder:

     

    Danmarks byer, vi har alle vores favoritter. Det kan være en tilfældighed, der gør det; et minde; en ven; et troskabsforhold via arbejde, familie eller noget tredje, vi ikke kan sætte ord på. For mig ligger Holstebro helt oppe, hviler i et lys af lutter godhed. Aldrig er jeg kommet dertil uden i en løftet tilstand af glæde over, at nu er jeg i Holstebro, og altid er jeg rejst derfra med en følelse af, at der er en mening med det hele. Jeg ved godt hvorfor. Jeg elsker Vestjylland, det er én ting; men i Holstebro bor min ven Ulrik Skeel og hans familie. Det vil også sig Odin Teatret. Og det vil også sige Poesi på en torsdag. Holstebro er også Thyra, langt tilbage i en gylden fortid; gamle venner og nye venner … Holstebro er et særligt vejrlig, der overflyves af fugle og taknemmelighed.

     

    Bogen kan i øvrigt anbefales på det varmeste. Den kan erhverves i enhver, dansk boghandel.

     

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    09.10.2017 Italy

    Odin Teatret un albero dalle radici forti

    di Andrea Porcheddu

     

    A guardarla dalla macchina, la Puglia - almeno quelle terre che portano al Salento - è una distesa di ulivi a perdita d'occhio. Una macchia di verde, intensa, dove si scorge sempre più la bruciatura, la ferita, della xylella. Il virus, il parassita che ha infestato, nell'indifferenza nazionale e nell'impreparazione politica, buona parte delle coltivazioni. Gli alberi si seccano, bruciano, muoiono. L'ulivo, che di questa terra è simbolo, sembra destinato a perire. Insieme alla memoria, alle attività che nascevano attorno all'albero.

    Ecco, mi piace pensare che forse non sia un caso che l'Odin Teatret di Eugenio Barba abbia portato al teatro Koreja di Lecce (che peraltro aveva aperto la stagione con un omaggio all'ulivo pugliese) il debutto nazionale della nuova produzione, intitolata proprio L'albero. Non che il danese Odin abbia voluto investigare lo scandalo della xylella pugliese, ma certo ha saputo cogliere il valore simbolico, eterno e presente, dell'albero nella comunità umana. L'Odin era stato in Salento nel 1974 in un celebre viaggio che aveva messo a confronto saperi teatrali e cultura contadina: da allora è tornato più volte in Puglia, terra d'origine di Barba, e oggi offre allo spettatore uno spettacolo spaccato, segnato, proprio come gli ulivi colpiti di questa regione.

     

    Vi è una sapienza antica, un guardare attraverso il teatro la condizione umana, un mettersi in scena senza farsi sconti. Lo spettacolo, visto a Koreja, è un capitolo nuovo della decennale ricerca dell'Odin, eppure contiene in sé, direi custodisce il segreto, tutto quello che il gruppo di Holstebro ha insegnato e imparato nel lungo viaggio iniziato nel 1964.

    Il pubblico entra in una specie di ambiente ovoidale, chiuso al soffitto da due grandi tele/vele. È lo stesso Eugenio Barba a sistemare gli spettatori su delle strane sedute, degli enormi tubi di gomma che ben presto - quando saremo tutti stretti, uno a fianco all'altro - si riveleranno strutture simili a quelle dei gommoni che ogni giorno fanno la spola nel mediterraneo (la scena è di Luca Ruzza). Tubi robusti, ben gonfi, ma pur sempre simili a quelli dei gommoni: siamo tutti migranti, a questo mondo, ci dice il gruppo che forse più di qualsiasi altro ha girato il continente del teatro.

    Al centro della scena, pezzi di un albero scenografato, che ben presto verranno ricomposti per dar vita a una struttura scheletrica, beckettiana quasi, sicuramente spoglia, netta. Un albero disabitato. Il dramma, messo in scena da una violinista punk e da una cantastorie indiana, è questo: è un'allegoria, una grande metafora, forse una parabola e narra di un mondo - fuori e dentro il nostro mondo - in cui sono spariti gli uccelli. Non se ne sente più il canto. Scopriremo che quell'albero, un pero, è stato piantato da un poeta per la nascita della figlia. Ma ormai è silenzioso, il cielo è vuoto: gli uccelli, il cui canto avvertivamo all'inizio della rappresentazione, se ne sono andati. Non per migrare, ché sarebbe cosa naturale, ma proprio per allontanarsi da questa umanità. Saranno due monaci yazidi a dover fare i conti con la crudeltà del genere umano, con la violenza, la sopraffazione, i genocidi, le stragi, le migrazioni, i silenzi, le paure.

     

    Lentamente si svelano tutti i personaggi di questo dramma morale: la "tigre" Arkan, il criminale massacratore di Srebrenica, un signore della guerra africano (dicono le note di regia ispirato all'allucinante figura del liberiano Joshua Milton Blahyi, capo di un esercito di bambini soldato), poi una donna nigeriana, madre di un bimbo soldato, che porta in un involto la testa decapitata del figlio. Le storie si intrecciano, le vite si incontrano. Ecco allora Iben, la figlia del poeta con i suoi desideri e i suoi giochi, ragazza che sogna di sfidare il Barone Rosso e presto diventata donna, ma ancora capace di carezzare vecchi peluche seduta su quell'albero senza foglie e senza frutti. Infine un servitore di scena, o un deus ex machina, che segherà il fusto. E soprattutto ci saranno dolori e disfatte epocali a contrastare ogni piccola speranza. Maschere, nasi rossi di clown, bambini-pupazzo: in questa allegoria che è la vita umana, tornerà a risuonare il canto degli uccelli perché l'albero della vita, l'albero della storia, tornerà a vivere.

     

    Servirebbero quattro occhi per vedere questo lavoro. Due a seguire la vicenda generale, la scena con il suo montaggio nervoso, con i tagli e gli accostamenti azzardati, con una trama da dipanare nel suo essere misteriosa, e con i personaggi che attraversano gli spazi e i tempi. Poi servirebbero altri due occhi, più attenti eppure pronti a commuoversi di fronte ai dettagli, ai particolari. Ai piedi, alle mani, alle dita, agli occhi di questi straordinari intepreti. Cogliere la sapienza di ogni singolo gesto, delle controscene, delle tecniche orientali e occidentali. Vedere le smorfie che si fanno maschere teatrali, i passi che diventano coreografie, il ritmo che diventa canzone al suono dei tabla indiane, della fisarmonica, della tromba o del violino. Ci sono mondi che si inseguono e si intrecciano, in ogni attore dell'Odin, lo sappiamo da tempo. Ritrovarli in scena, alcuni forti di esperienze antiche - con i corpi che portano addosso lo scorrere del tempo, altri più giovani e acerbi - significa fare i conti con la lunga vita della compagnia. In rigoroso ordine alfabetico: Luis Alonso, Parvathy Baul, I Wayan Bawa, Kai Bredholt, Roberta Carreri, Elena Floris, Donald Kitt, Carolina Pizarro, Fausto Pro, Iben Nagel Rassmussen, Julia Varley. Nomi, alcuni di questi, che hanno fatto la storia del teatro.

    Ed è una tenerezza infinita, allora, vederli muovere, saltare, suonare, ascoltare quelle voci. La tenerezza di un'aderenza, di un sapere tecnico incarnato, posseduto in ogni istante della messa in scena, senza distrazioni senza seduzioni. Non si fa finta che il tempo non sia passato, anzi: lo sanno bene loro, in scena, e lo sappiamo noi che li vediamo. L'Odin è sempre questa cosa qua. Teatro politico, si direbbe, certo poetico e coraggioso nell'affrontare - con i mezzi della scena - ancora i nodi dello stare al mondo, la sua violenza, le guerre recenti (troppo in fretta dimenticate non solo a teatro) e le persone. Un teatro di persone, che racconta di altre persone: se c'è una lezione, semplice e solo apparentemente ingenua, in questo spettacolo, è il cogliere il piacere antico, e perenne, di abbracciare un albero, di abbracciare la vita e la morte, con la gioia bambina di un gioco teatrale.

     

    Source:

    http://www.glistatigenerali.com/teatro/odin-teatret-un-albero-dalle-radici-forti/!


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    29.09.2017 Italy

    Il Manifesto di sabato 16 settembre 2017

    https://ilmanifesto.it/odino-nelle-terre-del-rimorso/ »



    Libri - Odino nelle terre del rimorso, settembre 2017.jpg


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    19.09.2017 Norway

    Norsk Shakespeare tidsskrift:
    Et eventyr om børnesoldater - men ikke for børn

    af Erik Exe Christoffersen

     

    Når man ankommer til Odin Teatret i Holstebro, kan man ikke undgå at lægge mærke til, at flere træer i indkørslen er besmykket med farverige stoffer, og foran indgangen står et hvidmalet træ.

    Tilskuerne ledes ind i et stort gult telt med et hvidt bølgende stof i loftet. På gulvet ligger døde slidte og nøgne knoglelignende grene fra et træ. Spillepladsen er rummet mellem tilskuerrækkerne, det som Barba kalder space-river. Tilskuerne sidder i to rækker på hver side af scenen, der flyder som en flod mellem dem. De er gensidigt hinandens tilskuere og baggrund for scenen. Skuespillernes entre foregår fra de to ender.

     

    Tilskuerne sidder på lange oppustelige gummirør, som får én til at associere til siderne på en gummibåd. Vi befinder os på et bølgende hav, som flygtninge fra en krigszone, i et flygtningetelt eller i drømmeland, hvor mærkværdige skikkelser dukker frem. Rummet er varmt og solrigt, og udenfor lyder fuglesang. Midt i forestillingen falder "himlen" ned over tilskuerne. Tilskuerne er i stigende grad på usikker grund, og det gælder om at holde balancen også i tilskuersædet. Pirringen af den indre sansning af tilskuerens "selv" i rummet, det som hedder proprioception, er et væsentligt udgangspunkt i Odin Teatrets måde at møde tilskueren på.

     

    Læs hele artiklen her »

    (pdf-format)

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    06.09.2017 Denmark


    Aarhus Stiftstidende

    Af: Kirstine Lefevre Sckerl

    http://stiften.dk/kultur/50-aar-med-Odin-Teatret/artikel/472205 »

     

    50 år med Odin Teatret

     

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    Eugenio Barba og Odin Teatret er tilbage på dramaturgi i Aarhus, som i 1965 var medvirkende årsag til, at det internationalt anerkendte teater fik base i Holstebro. Ugen igennem viser Odin Teatret forestillinger og Eugenio Barba leder en række workshops med overskriften "Teater som brobygger". Foto: Jens Thaysen

     

     

    Odin Teatret er i Aarhus med en minifestival, der med forestillinger, film og workshops går i dybden med teatrets 50 år lange virke.

     

    AARHUS: Institut for dramaturgi på Aarhus Universitet har spillet en helt særlig rolle i Odin Teatrets historie. Det var tidligere lektor på instituttet Christian Ludvigsen, der sammen med sin kollega Tage Hind, i 1965 inviterede det dengang lille norske amatørteater til Aarhus for at vise en forestilling på dramaturgi.

    Odin Teatret spillede i Aarhus og herfra blev der skabt kontakt til Holstebro Kommune, som foreslog teatret, at man slog sig ned i kommunen.

    Siden 1966 har Odin Teatret turneret i hele verden og ikke mindst inviteret verden til Holstebro.

    - Hele Odin Teatrets skæbne blev bestemt her i Aarhus. Forbindelsen med dramaturgi i Aarhus har gennem årene været meget stærk. Det gjorde også, at jeg blev æresdoktor i 1988, og at universitetet i 2002 oprettede et center for teaterlaboratorium på vores teater, fortæller Eugenio Barba, teatrets grundlægger og leder, da Stiften møder ham i den lille teatersal på det tidligere kasserneområde.

    Her inviterer Institut for dramaturgi på forestillinger, workshops og konferencer med Odin Teatret og Eugenio Barba under overskriften "Teater som brobygger". Festivalen er instituttets bidrag til Aarhus 2017.

    - Odin Teatret er defineret som et teaterlaboratorium. De laver forestillinger som andre teatre, men der er også en pædagogisk virksomhed med workshops og forskning i teatrets virkemidler, forklarer Erik Exe Christoffersen, lektor ved instituttet.

    - På Odin Teatret er der en opfattelse af, at teatret er en lærende organisation. Det er noget, der i dag har vundet indpas mange steder, men Odin Teatret begyndte allerede midt i halvfjerdserne, fortsætter han.

     

    Fasttømret teaterfamilie

     

    Eugenio Barba har stået i spidsen for Odin Teatret siden etableringen i Oslo i 1964, men flere i det 12 mands store ensemble har været med næsten lige så længe.

    Skuespiller Iben Nagel har været med i teatret i 50 år, mens de yngste spillere i truppen har cirka 10 år på bagen. Forestillingen "Itsi Bitsi", som blev skabt i 1991, turnerer stadig, og det er de samme skuespillere som dengang, der står på scenen i det fine vidnesbyrd fra to unge blomsterbørn.

    - Udvikling er centralt i mine øjne. For et teater er den egentlige funktion at bygge et miljø, som går ud over det at lave fine forestillinger. Etableringen af det miljø består af forskellige kvalifikationer som menneske og fagligt. Det er det, som for mig er målet eller funktionerne for et teater, understreger Eugenio Barba.

    Odin Teatret holder til på en gammel gård udenfor Holstebro, som med tiden er blevet udbygget.

    - Her har vi mulighed for at gæste op til 50 mennesker ad gangen, som enten er på kurser, med gæstespil eller i residence. Vi laver alle mulige former for aktiviteter. Det kan være communityteater eller andre pædagogiske projekter - der er altid aktivitet i vores lokaler, fortæller Eugenio Barba.

    Det internationalt anerkendte teater vil ikke have mere end 20-100 tilskuere til en forestilling, for teaterrummet skal være intimt, så kontakten mellem scene og publikum forbliver tæt, fortæller Eugenio Barba.

    Også på publikumsområdet har teatret være frontløber, mener Erik Exe Christoffersen.

    - Teatret demonstreret forskellige virkemidler men har også være med til at frisætte tilskueren fra en bundet tilskuerrolle. Det, tror jeg, har haft en enorm betydning gennem årene. Det betyder også, at teatret har et helt andet forhold til deres tilskuere. De snakker ikke om publikum men om tilskuere og relationer, forklarer han.

     

    Kulturel byttehandel

     

    Odin Teatret turnerer mange måneder om året. Den nyeste ensembleforestilling "Træet" skal blandt andet til Polen, Italien, Rumænien, Kina, Ecuador og Brasilien. Men inden da, kan den opleves i Aarhus.

    Teatret spiller ofte i mange forskellige sociale sammenhænge.

    - Der er mange muligheder, som et teater kan realisere med en forestilling. Det kan fx overføre viden til en ny generation. Men det kan også skabe relation. Man kan flytte denne evne til vanskelige miljøer og sociale situationer, det man kalder communityteater. Man kan også lave en form for interkulturelt samarbejde, hvor man ikke deler samme sprog, men hvor man gennem krop og sjæl bærer en stærk kommunikation og styrke. Det er nogle felter, hvor vi som teater har gjort os en del erfaringer, forklarer Eugenio Barba.

    Teatret har udarbejdet en fremgangsmåde, som han kalder en "byttehandel".

    - Det er et princip, hvor to miljøer kan præsentere noget for hinanden ved hjælp af kulturelle manifestationer. De kan lave en forestilling og så svarer den anden den anden. Du kan også gå ind i et miljø, hvor skuespillerne etablerer et gruppedynamisk miljø, som fører til noget, man kan kalde forestillinger, hvor det ikke er det kunstneriske, som er det afgørende, men det kulturelle, forklarer Eugenio Barba.

    Ud fra det princip slutter festivalen fredag med en banket, hvor der foregår en kulturel udveksling mellem Odin Teatret, Institut for dramaturgi, Ballet Akademiet, Gøglerskolen og Scenekunstskolen.

     

     

    Teater som brobygger

    Forestillingen "Træet" vises 5.-8. september kl. 19 på Kassernescenen på Institut ved dramaturgi. Se mere om programmet for mini-festivalen "Teater som brobygger" her: konferencer.au.dk/teater-som-brobygger/

    Eugenio Barba er født i 1936 i Syditalien. Han emigrerede i 1954 til Norge. I 1961-64 arbejdede han i Polen for den eksperimenterende teatermand Grotowski. I 1964 stiftede han Odin Teatret, som han i 1966 flyttede fra Oslo til Holstebro.

    Odin Teatret har gennem tiden skabt over 75 forestillinger og spillet i 65 lande i mange forskellige sociale sammenhænge.

     

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    28.06.2017 Denmark

     

    Holstebro Festuge

    Hold your horses! My kingdom for a horse. Festuge was enough to choke a horse. You can take a horse to water, but you can't make it drink. Don't look a gift horse in the mouth, but get it straight from the horse's mouth. It's all horse sense. I have to see a man about a horse. From a one-horse town. I will get off my high horse. Don't spare the horses. Only fools and horses work. If wishes were horses. I better get back on my horse. I don't want to make a horse's ass of myself. Nod is as good as a wink to a blind horse. I don't want to flog a dead horse. Put this horse out to pasture. Wild horses couldn't drag me away. I'm a willing horse. Festuge 2017

    - Donald Kitt


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    12.05.2017 Brno, Czech Republic

     

    LAUDATIO by prof. Pietr Oslzlý of the Janacek Academy of Music and  Performing Arts in Brno (Czech Republic) for the Honorary Doctorate bestowed on Eugenio Barba the 12th May 2017.

     

    A SAILOR WITH THE BURNING HEART ON THE OCEANS OF WORLD THEATRE

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    Eugenio Barba's acceptance speech in full:

     

    Danish: LABORATORIEINSTINKTET

    Spanish: EL INSTINTO DE LABORATORIO

    English: THE LABORATORY INSTINCT

    French: L'INSTINCT DE LABORATOIRE

    Italian: L'ISTINTO DI LABORATORIO

     

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    17.04.2017

    Article by Vicki Cremona (Prof.) Chair, School of Performing Arts, University of Malta - and participant of the XV ISTA session in Albino, Italy (2016).

     

    Drawing back the curtains on the actor's 'private place': a personal journey into ISTA 2016

     

     

    This article describes a personal journey into the International School of Theatre Anthropology (ISTA) during its fifteenth session in Albino in April 2016. It reflects upon the common elements underlying the different approaches to training in the different traditions that were represented by actors who are considered as 'masters' in their specific art forms. It highlights different techniques from both the West and Asia that were demonstrated and discussed. It takes a look at daily life during ISTA, as well as the training that the participants were asked to undergo.

     

     

    Withdrawing to a private place

    No one has as yet been concerned with establishing a private place where, in an atmosphere of simplicity, honesty, comradeship, and firm discipline, the young Servants of the Theatre will acquire the complete technique and spirit of their profession; where they will learn to consider their art, not as an easy game, a brilliant and profitable craft, but as an idea that demands hard, relentless, complex, often unrewarding work, to be achieved only through great self-sacrifice - work which is done not only with the mouth, not even with mouth and mind, but also with the body, with the whole person, all the faculties and with the whole being. (Copeau 1990, p. 25)

     

    On Thursday 7 April 2016, inhabitants in the little northern town of Albino, situated 10 kilometres from Bergamo, Italy, were surprised to see a motley collection of foreign-looking people of different ages, generally armed with trolley suitcases or backpacks, heading towards the Sanctuary of the 'Madonna della Gamba'. The travellers' pilgrimage led to another destination close by: a monastery recently converted into a youth hostel where they would be experiencing 10 intense days of community life. As they walked, the travellers caught glimpses of the breathtaking views of wooded hills, whose valleys were, up to relatively recent times, famous for their range of textile industries, and which are trying to stave off the assault of non-European competition that has ravaged industrial activity in nearby areas. The quasi-monastical life to which the pilgrims were willingly dedicating themselves was based on the contemplation of the 'Actor's Know-How -  Personal Paths, Techniques and Visions'. They were participating in the  fifteenth session of the International School of Theatre Anthropology, better known as ISTA, a term coined by Eugenio Barba in 1980. Barba defines  theatre anthropology as 'the field of study of human beings in an organised theatre situation'.1 ISTA sessions are periods of intense research into the acting techniques coming from different theatre traditions, in order to derive principles of acting and training that transcend geographical areas and can determine a common terrain of knowledge and exchange on the body-mind skills that constitute the actor's working tools. 'Body-mind' implies the necessity, for the actor, to eliminate the sensation of a mind commanding a body that executes when accomplishing a 'necessary' action ‒ that is, one that engages the whole body in a leap of energy, even when immobile (Barba 1995, p. 115)

    Withdrawing to a private place
    No one has as yet been concerned with establishing a private place where, in an atmosphere of simplicity, honesty, comradeship, and firm discipline, the young Servants of the Theatre will acquire the complete technique and spirit of their profession; where they will learn to consider their art, not as an easy game, a brilliant and profitable craft, but as an idea that demands hard, relentless, complex, often unrewarding work, to be achieved only through great self-sacrifice - work which is done not only with the mouth, not even with mouth and mind, but also with the body, with the whole person, all the faculties and with the whole being. (Copeau 1990, p. 25)

     

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    26.03.2017 Buenos Aires, Argentina

     

    Fotos de el trueque cultural en Buenos Aires

     

     

     

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    22.03.2017 Buenos Aires, Argentina:


    Disculpas públicas de Eugenio Barba a Sebastian Femenías y al Teatro del Arca de Las Piedras, Uruguay

     

    Querido Sebastian,

     

    se quedan en mi memoria los días uruguayos en la paz de Betania, las voces vibrantes de Gaspar, Maya y Zaira  y el fervor de abejas de los adultos, Natasha y Florencia y tu. Y todos los demás, que se juntaron a vosotros para dar vida a lo que parecía imposible: la visita del Odin Teatret a tu país.

     

    Imagino tu desconcierto, dolor y rabia  - como la de mis amigos uruguayos - al leer mi entrevista publicada ayer en Pagina 12, periódico de Buenos Aires, donde digo: "La semana pasada estuvimos en Uruguay e hicimos espectáculos en pequeños teatritos sucios, que no limpiaban, todo muy tercer teatro. Después nos invitó el Solís y fue un placer."

     

    Mis palabras no sólo son ofensivas sino profundamente injustas. Lo lamento, lo siento como una dolencia personal y pido disculpas a ti, a tu grupo y a todos mis amigos por esa generalización  denigrante. En esta última visita del Odin Teatret que el Teatro del Arca ha realizado con tanto esfuerzo y abnegación, el Odin ha actuado en Canelones, Ciudad de la Costa, Las Piedras, y Montevideo en teatros con una historia de lucha artística y coraje como el Galpón,  El Acuarela, Teatro Eslabón, La Sala y el Atahualpa del Cioppo. Siempre los actores del Odin Teatret y yo nos sentimos bienvenidos, tratados con calor y esmero como si fuéramos huéspedes esperados hace un largo tiempo.

     

    Por eso mis palabras son imperdonables. Demuestran cuanto es lábil el confín entre gratitud y desatención, entre experiencia y descuido. Y sobre todo mi incapacidad en esta situación de matizar y explicar con palabras precisas  mis reacciones.

     

    Cómo es posible que yo haya dicho estas palabras que me llenaron de vergüenza al leerlas? Como pude olvidar como ustedes limpiaban el piso y los camarines de La Sala?  Por qué hablo de "sucio"? Pienso que la explicación está en esa frase que escribí en uno de mis libros:

     

    "Los edificios teatrales son como barcos de piedras que intentan representar el movimiento. Pueden ser obras de arte o humildes casitas. Lo que importa es en qué se transforman. Puede ser un barco de piedra para ser admirado junto a otros monumentos. O puede volverse la residencia privilegiada que nutre y protege nuestra sed de libertad. Los teatros son piedras que sueñan los sueños de sus habitantes. Son acción en la inmobilidad."

     

    Las piedras de nuestras casas teatrales deben transmitir nuestros sueños. Reacciono siempre a no vivir esto cuando entro en un teatro. Cuando hay una atmosfera gris, que no incrementa la expectativa, y me subraya la falta de transparencia casi como si estuviera "sucio". Como espectador reacciono cuando,  pasando la puerta, me siento conmovido por la manera como están puestas las sillas que fueron escogidas para darme confort, cuando observo los pequeños objetos, cuadros y posters en los muros, huellas de una historia que despierta mi interés, cuando el color o la madera del piso, el arreglo de los muebles revelan las motivaciones de quienes habitan este espacio. No siempre en la piedras de las casas de los grupos de teatro encuentro sus sueños.

     

    Todo esto te lo debería haber dicho personalmente y no haber dejado que lo leyeras en una entrevista, que parece un desdén y donde no supe formular lo que te escribo. Otra vez, pido disculpas a ti y a todos los que se sintieron justamente ofendidos.

     

    Me permito de enviar esta carta a mis amigos uruguayos que han leído mi entrevista y asombrados me escribieron si de veras había pronunciado esas palabras. Te pido compartir ésta carta con los demás que acogieron al Odin y de los cuales no tengo su dirección.

     

    Te abrazo junto a tus compañeros y no olvido lo que el Teatro del Arca hizo acontecer.

     

    Eugenio Barba

     

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    16.03.2017 Montevideo, Uruguay, Teatro Solís:

     

    Eugenio Barba junto a la dramaturga Mariana Percovich, Directora de Cultura de la Intendencia, durante la ceremonia de visitantes ilustres de la ciudad de Montevideo otorgada a los integrantes de el Odin Teatret


    Visitantes Ilustres de la Ciudad a los integrantes de Odin Teatret de Dinamarca, Marzo de 2017.jpg

     

     

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    17.03.2017 Montevideo, Uruguay

     

    Lettera di Eugenio Barba a Marco De Marinis in occasione del Convegno: TERZO TEATRO: IERI, OGGI, DOMANI al Teatro la Soffitta, Università di Bologna, 18 marzo 2017.

     

    Letter from Eugenio Barba to Marco De Marinis on occasion of the Convegno: THIRD THEATRE, YESTERDAY, TODAY, TOMORROW  in Teatro La Soffitta, University of Bologna, 18 March 2017

     

    Caro Marco

    A te, e a tutti coloro riuniti oggi intorno a te alla Soffitta a Bologna, invio i miei saluti più cari dall'America Latina, il continente dove quarant'anni fa i gruppi di teatro mi aiutarono a spiegare a me stesso la nuova cultura che cresceva in Europa e in altri luoghi del mondo.

    Questa cultura che definii Terzo Teatro vive di tensioni, diversità e contrasti.  Il Terzo Teatro era ed è tuttora una profusione disparata di manifestazioni artistiche, culturali, politiche e terapeutiche. È scosso  da motivazioni, risultati formali, dinamiche di gruppo, processi creativi e organizzativi generati da frustrazioni, forze scure soggettive, uno spirito di rivolta, la nostalgia di nuove tecniche e di  un obiettivo da dare al nostro mestiere. L'ho sempre pensato come la scoperta di un senso personale da rintracciare attraverso il teatro. Le confuse proteiformi divergenze del Terzo Teatro esprimono, però, la necessità di dare al teatro un valore trasformativo, sia per coloro che lo realizzano che per la società che li circonda.

    Il teatro sono gli uomini e le donne che lo fanno. Le condizioni sociali ed economiche cambiano. I volti e le voci del Terzo Teatro continueranno a essere diverse.  Ma non posso immaginare che perda la sua dissidente selvatichezza che me lo rende vicino nelle sue forme contrastanti.

    Ringraziandoti per segnalare la vitalità della massa nascosta dell'iceberg teatrale, ti abbraccio

    Eugenio

     

    In English:

     

    Dear Marco

    To you, and to all those gathered around you today in the Teatro della Soffitta in Bologna, I send you greetings from Latin America, the continent where forty years ago the theatre groups helped me to explain to myself the new culture that  grew up in Europe and in other places in the world.

    This culture which I defined as Third Theatre lives from tensions, differences and contrasts.  The Third Theatre was and is still a disparate profusion of artistic, cultural, political and therapeutic manifestations. It is shaken by motivations, formal results, group dynamics, creative and organizational processes generated by frustrations, individual dark forces, a spirit of revolt, the longing for a new technique and a goal to be given to our craft. I have always thought of it as a discovery of a personal meaning to be found through theatre. The confused manifold divergences in the Third Theatre express, however, a need to give a transformative value to theatre, both for the people who do it and for the surrounding society.

    Theatre is the men and women who do it. Social and economic conditions change. The faces and the voices of the Third Theatre will keep on being profoundly different.  But I cannot imagine that it will lose that dissident wildness which makes it so precious to me in its contrasting forms.

    Thanking you for highlighting the vitality of the hidden mass in the theatre iceberg, I embrace you

    Eugenio

     

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    03.02.2017 Tehran, Iran

     

    WELCOMING STYLE AT THE DANISH EMBASSY IN TEHERAN

     

    Menukort_at the Ambassadors house, 020217.jpg

     

    On the occasion of Odin Teatret's visit in Teheran, the Danish Ambassador Danny Annan invited Dr. Mehrdad Rayani-Makhsous, director of International Relations, Dramatic Arts Centre of Iran, together with the whole Odin Teatret ensemble to supper at his residence. The evening started with friendly formal speeches and ended with music, songs and recitation of poems from many countries - Afghanistan, Chile, Denmark, Iran and Italy. Slowly, "people met and sweet music began" as so rightly says Jens August Schade.

     

     

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